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«Abbiamo bisogno di una vera cultura della responsabilità»

Intervista con Angela Müller, direttrice di AlgorithmWatch Svizzera, e Johannes Wendland, consulente giuridico per la giustizia climatica presso l’EPER. L’intervista si è svolta in occasione della Conferenza annuale 2026 dell’ISDU.

Tre persone sono sedute sul palco e discutono tra loro. In primo piano è seduto il pubblico, mentre sullo sfondo si vede uno schermo di proiezione con una presentazione.

Stefan Schlegel: Oggi abbiamo affrontato diversi contesti di esternalizzazione: digitalizzazione, cambiamento climatico, migrazioni, responsabilità delle imprese e altri ambiti. Secondo voi, quali punti hanno in comune questi diversi ambiti? Hanno tutti uno stesso fattore alla base?

Angela Müller: Non vorrei dare l’impressione che esista una spiegazione unica, con un solo fattore all’origine di tutte queste conseguenze. Credo però che si possano osservare diverse tendenze convergenti.

La prima è chiaramente la globalizzazione. Prendiamo per esempio Guantánamo. Oggi viene considerata, in un certo senso, territorio statunitense. In origine, però, questa scelta mirava proprio a sottrarsi all’ambito di applicazione della Costituzione degli Stati Uniti. Ciò riguardava in particolare la tutela dei diritti fondamentali. La digitalizzazione svolge inoltre un ruolo importante e accelera la globalizzazione.

Un altro aspetto mi sembra caratteristico: la tendenza a privilegiare l’efficienza rispetto alla legittimità. I problemi vengono sempre più spesso presentati come sfide puramente tecniche. Basterebbe quindi risolverli con un po’ di ingegneria, in modo rapido ed efficiente. I processi democratici passano così in secondo piano.

Johannes Wendland: Come ha appena detto Angela, gran parte della nostra vita è globalizzata. Lo sono i profitti e le merci. Il denaro può fare il giro del mondo in pochi minuti. La responsabilità, invece, non si è globalizzata.

Per esempio, lavoriamo sul caso delle miniere gestite da Glencore nella Repubblica democratica del Congo. Glencore ha sede nel Cantone di Zugo.

I profitti arrivano direttamente dal Congo a Zugo. La responsabilità, invece, si ferma quasi alla frontiera. Quando sorge un problema, l’impresa sembra non essere più responsabile.

Credo però che il fattore comune più profondo sia il deficit democratico. In molti procedimenti giudiziari, le persone più direttamente interessate hanno pochissima possibilità di far sentire la propria voce. A mio avviso, la sfida principale consiste quindi nel permettere alle persone interessate di farsi sentire e di difendere i propri interessi. Oggi non è così.

Maggiori informazioni sulla Conferenza annuale 2026

Stefan Schlegel: In fondo, voi due lavorate per «internalizzare» la responsabilità. Quali strategie adottate concretamente?

Angela Müller: Credo che si debbano distinguere due livelli. Il primo consiste nell’affrontare i sintomi. Per esempio, sappiamo che i sistemi di intelligenza artificiale possono discriminare persone. Abbiamo bisogno di regole che impongano maggiore trasparenza. Servono anche autorità di controllo e altre misure.

Ma non possiamo fermarci qui. I rapporti di potere che si instaurano non possono essere affrontati soltanto con norme tecniche. Le grandi imprese del settore digitale cambieranno se viene loro imposta soltanto maggiore trasparenza? Non proprio. Il loro modello economico resta intatto.

Dobbiamo ricordare che la tecnologia non è una forza naturale di fronte alla quale non possiamo fare nulla. Come società, possiamo definire le regole del gioco. Contribuiamo a farlo attraverso l’applicazione del diritto e la giurisprudenza.

Lo facciamo anche sensibilizzando l’opinione pubblica e promuovendo un dibattito pubblico inclusivo. Favoriamo inoltre l’approfondimento giornalistico, sosteniamo la ricerca e attuiamo misure educative.

Maggiori informazioni sulla priorità tematica «Esternalizzazione della responsabilità in materia di diritti umani»

Stefan Schlegel: Johannes, quali risultati hanno prodotto le azioni giudiziarie nel campo della giustizia climatica?

Il diritto ha il vantaggio di potersi adattare. Le azioni giudiziarie in materia di giustizia climatica sono quindi uno strumento importante per chiedere maggiore responsabilità. Ritengo però che non siano una soluzione miracolosa.

Abbiamo bisogno di un cambiamento molto più profondo, di una vera cultura della responsabilità. A volte si sente dire: «In ogni caso, nessuno può fare nulla contro il cambiamento climatico. Tuttǝ emettono CO2.»

Dobbiamo superare l’idea che nessuno sia davvero responsabile. Dobbiamo anche superare l’idea che le responsabilità si disperdano in forze anonime sulle quali non avremmo alcuna possibilità di incidere. 

Leggere l’analisi dell’ISDU «Il cambiamento climatico, una questione di diritti umani».

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